Fossa delle Marianne: inquinamento allarmante nella fossa più profonda del mondo
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Fossa delle Marianne: inquinamento allarmante nella fossa più profonda del mondo

Nel corso di una spedizione nella fossa delle Marianne nell'Oceano Pacifico, un gruppo di scienziati ha rilevato dei livelli 'sconcertanti' di inquinamento in dei piccoli crostacei. Dei valori di molto superiori a quelli delle aree più inquinate del mondo.

Alcuni scienziati britannici hanno fatto una scoperta inquietante. Se da un lato l'inquinamento degli oceani preoccupa sempre di più l'opinione pubblica mondiale, il team di studiosi ha appurato che neanche le profondità oceaniche sono risparmiate da tale fenomeno. Una spedizione in delle fosse oceaniche molto profonde ha consentito di registrare dei liveli sconcertanti di inquinamento.

Per il loro studio, i ricercatori dell'università di Newcastle, nel Regno Unito, hanno analizzato due fosse, quella delle Marianne e quella delle Kermadec. Sono tra le fosse più profonde di quelle scoperte fino ad oggi, in quanto arrivano sino a 10.000 metri di profondità, e sono separate da 7.000 chilometri. La fossa delle Marianne si estende tra il Giappone e l'Australia, nell'Oceano Pacifico, mentre la fossa delle Kermadec si trova a nord della Nuova Zelanda. In questi due habitat i ricercatori hanno prelevato alcuni piccoli crostacei endemici della famiglia dei Lysianassidae.

Due sostanze inquinanti

Secondo lo studio pubblicato nella rivista Nature Ecology & Evolution, i crostacei sono stati catturati tra i 7.000 e i 10.000 metri di profondità da un robot sottomarino. I ricercatori li hanno in seguito analizzati ed hanno scoperto dei livelli incredibilmente alti di due tipi di inquinanti: dei policlorobifenili (PCB) e dei polibromodifenileteri (PBDE). Queste sostanze tossiche sono entrambe considerate come inquinanti organici persistenti e sono stati vietati a partire dalla fine degli anni Settanta. I PCB erano un tempo utilizzati come liquido isolante (di solito nei trasformatori) e i PBDE come elementi ignifughi prima che fossero chiari i danni che potevano causare all'uomo ed all'ambiente.

Nonostante il divieto sia in vigore ormai da decenni, sono ancora ben presenti in natura, come conferma lo studio britannico. Nelle profondità oceaniche, gli effetti degli inquinanti sono onnipresenti: PCB e PBDE sono stati rilevati in tutti i campioni di tutte le specie prelevate a differenti profondità nelle due fosse.

Un livello record di inquinamento

"Si tende a considerare i fondali marini come un posto isolato ed incontaminato, relativamente protetto dall'impatto dell'uomo ma, purtroppo, il nostro studio conferma che la realtà è ben diversa", ha commentato in un comunicato Alan Jamieson, il quale ha diretto le ricerche. I tassi di PCB più elevati erano fino a 50 volte superiori a quelli rilevati nei granchi del fiume Liao, uno dei più inquinati fiumi cinesi.

Secondo i ricercatori, un livello simile è stato rilevato solo in un altro posto nel mondo, la baia di Suruga, in Giappone, un'area colpita gravemente dall'inquinamento industriale. Per gli scienziati, tale inquinamento pare non essere una sorpresa. Dagli anni Trenta sino all'interdizione dei PCB, la produzione totale di tali composti ammontava a circa 1,3 milioni di tonnellate, la maggior parte delle quali sono ancora disperse in natura."Questi inquinanti sono immuni al decadimento naturale e restano intatti nell'ambiente per decenni", spiegano gli autori nel loro studio.

Gli inquinanti si infiltrano nella catena alimentare

Il Dr. Jamieson e i suoi colleghi pensano che gli agenti inquinanti abbiano contaminato le profondità tramite i frammenti di plastica e gli animali morti che finiscono nel fondo dell'oceano. Questo habitat ospita numerosi animali - tra i quali gli anfipodi - che si nutrono di tutto ciò che trovano. Sono come degli spazzini molto efficaci che non resistono al cibo che viene dalla superficie. Una volta contaminati, questi organismi vengono a loro volta ingeriti dalla fauna più grande, permettendo agli inquinanti di infiltrarsi in tutta la catena alimentare e di diffondersi nell'ecosistema.

"Quando questi agenti inquinanti scendono verso le fosse oceaniche, non possono certo spingersi oltre", ha sottolineato il Dr. Jamieson, parlando al Guardian. Non è la prima volta che si parla dell'inquinamento della Fossa delle Marianne. L'anno scorso, una spedizione condotta dalla NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration) americana aveva già segnalato la presenza di rifiuti, tra i quali un barattolo in latta, una lattina di birra ed una busta di plastica sino a 5.000 metri di profondità in corrispondenza di un canyon che conduce a Sirena Deep.

Comprenderne gli effetti a lungo termine

"Il fatto che troviamo dei livelli straordinari di inquinanti in uno degli habitat più remoti ed inaccessibili del mondo ci fa riflettere sull'impatto devastante ed a lungo termine che l'umanità ha sul pianeta", ha commentato il Dr. Jamieson."Stiamo lasciando un'eredità della quale non possiamo certo andare fieri".L'oceano ospita il più grande 'bioma' (o macroecosistema) del pianeta ma resta spesso ignorato. Queste ricerche mostrano come le condizioni delle profondità marine siano strettamente legate a quelle della superficie.

I risultati di tali ricerche sono essenziali al fine di comprendere e preservare quest'ambiente unico. Resta ora da valutare l'impatto sul lungo periodo degli inquinanti di cui sopra."Quello che ancora non sappiamo è l'impatto che può avere sull'ecosistema a livello globale. La prossima sfida sarà proprio questa, capire gli effetti a lungo termine dell'inquinamento", ha quindi concluso lo specialista britannico.

Di Eleonora Sanna
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