Antigene Australia: definizione, ruolo, come analizzare i risultati?

Antigene Australia: di che si tratta? A cosa serve?

L’antigene HBsAg, anche chiamato antigene Australia o antigene di superficie, è presente soprattutto in pazienti affetti dal virus dell’epatite B. Esso è uno dei principali marcatori della malattia e permette di identificarla prima della comparsa delle manifestazioni cliniche.

HBsAg, di che si tratta?

L’antigene HBsAg è prodotto naturalmente dal virus dell’epatite (VHB) e fa quindi parte dei diversi elementi che ne costituiscono la struttura. Un antigene è una molecola riconosciuta dal sistema immunitario di un organismo come estranea o potenzialmente pericolosa, combattuta tramite la produzione di anticorpi. Gli antigeni sono solitamente capaci di produrre una risposta immunitaria specifica coordinata dai linfociti T e B, che sono appunto le cellule deputate al loro riconoscimento.

L’antigene facilita l’attaccamento del virus alle cellule del fegato. L’azione degli anticorpi (anti-HBs) è quindi concentrata contro di esso.

L’antigene si presenta molto presto nel sangue al contrario degli anticorpi che compaiono più tardi. Questa specificità lo rende il primo marcatore sierologico dell’epatite B. Un dosaggio è richiesto nei soggetti a rischio, nelle donne incinte, nei donatori di sangue e di organi. Scoperto nel 1965 dal premio Nobel Baruch Blumberg all'interno di un aborigeno australiano (da qui il suo nome), esso venne rapidamente associato all'epatite B. Viene spesso riscontrato in pazienti affetti da epatite in forma cronica o acuta. È tipico delle aree tropicali del pianeta e non solo dell'Australia. 

La scoperta ha avuto un impatto importante sulla ricerca del vaccino per l'epatite B tramite l'utilizzo di una versione filtrata dell'antigene. 

 

Il dosaggio dell’HBsAg

La ricerca dell’antigene di superficie si effettua tramite un prelievo di sangue realizzato con puntura venosa sul braccio. Non è necessario essere a digiuno. Quest’esame rientra nell’ambito della sierologia dell’epatite B che si richiede per diagnosticare la malattia o per seguirne l’evoluzione.

L’antigene HBs è messo in evidenza grazie ad alcune tecniche immuno-enzimatiche, ad esempio l'immuno-diffusione, la fissazione del complemento, l'immunoelettrosineresi, l'emoagglutinazione passiva, i metodi radioimmunologici ed il microscopio elettronico. I risultati sono considerati normali quando l’antigene HBsAg non è presente nel sangue.

Presenza di HBsAg: cosa significa?

La presenza dell’antigene di superficie conferma la presenza del virus dell’epatite B. È misurabile da 1 a 3 mesi dopo il contagio, cioè dopo il primo contatto con il virus.

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In caso di epatite acuta, la presenza dell’antigene varia da 1 a 2 mesi ma se persiste per più di 6 mesi dall’episodio di epatite acuta vuol dire che l’epatite B è diventata cronica. Si dice allora che il paziente è un portatore cronico di HBsAg.

Questo fenomeno è comune anche nei pazienti asintomatici che sono portatori del virus ma che non sviluppano l’infezione epatica. In base alle stime, circa un terzo dei portatori cronici non presenta sintomi. Tuttavia, possono essere vettori di trasmissione della malattia.

Assenza di HBsAg: cosa significa?

Un risultato negativo può indicare che la persona non ha contratto il virus dell’epatite B, che ne è guarita o che il sistema immunitario ha eradicato il virus.

• Giada Di Matteo
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