Scoperto il batterio che trasforma composti metallici tossici in oro
Scoperto il batterio che trasforma composti metallici tossici in oro
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Scoperto il batterio che trasforma composti metallici tossici in oro

Alcuni scienziati sono riusciti a comprendere come un batterio riesca a trasformare i composti metallici tossici in pepite d’oro. Sembra fantascienza, ma è tutto vero!

Scopri nel video tutti i dettagli della scoperta!

Da qualche secolo, gli alchimisti sono in cerca del segreto che permette di trasformare un banale metallo in un materiale raro e prezioso: l’oro.

Nonostante centinaia di anni di esperienza, nessuno è ancora arrivato a questa soluzione, o quasi… Uno scienziato un po’ particolare sembrerebbe infatti aver scoperto finalmente la pietra filosofale, la chiave della trasmutazione dei metalli. Il suo nome? Cupriavidus metallifurans. Dietro a questo nome esotico, non c’è nessun mago medievale o orientale. No, niente di tutto ciò: Cupriavidus metallidurans è infatti un semplice batterio.

Questo microorganismo capace di produrre minuscole pepite d’oro aveva già fatto parlare di sé nel 2009, quando alcuni scienziati hanno scoperto questi poteri straordinari. Ma all’epoca, i ricercatori non erano riusciti a scoprire il meccanismo preciso che permettesse al Cupriavidus metallidurans di portare a termine il proprio scopo. Restavano perplessi riguardo al segreto che il batterio nascondeva per effettuare l’incredibile trasformazione senza avvelenarsi.

È infatti capace di assorbire i composti altamente tossici formati nel suolo dall’oro e i suoi ioni e di trasformarli in elementi metallici, e ciò senza alcuna conseguenza per il suo organismo. “I risultati di questo studio dimostrano l’implicazione nella detossicazione attiva dei composti dell’oro, che portano anche alla formazione di biominerali di oro”, concludeva nel 2009, alla fine delle ricerche, il principale autore dello studio Frank Reith, geo-microbiologo dell’Università di Adelaide, in Australia.

Il meccanismo di trasformazione finalmente identificato

Da allora, lo scienziato e la sua equipe hanno continuato la loro ricerca e sono riusciti a capire il mistero dei "poteri" del Cupriavidus metallidurans, come annunciano nella pubblicazione apparsa sulla rivista Metallomics, della Royal Society of Chemistry. Il meccanismo che protegge il batterio dall’avvelenamento interessa non solo l’oro ma anche il rame.

Questi due elementi formano infatti dei composti capaci di penetrare più in profondità rispetto alle cellule del batterio. Le loro proprietà tossiche potrebbero causare danni irreversibili, ma ciò senza contare l’aiuto di due enzimi, ai quali il Cupriavidus metallidurans fa appello per proteggersi. Primo tra loro, CupA. La molecola è capace di eliminare il batterio del rame che lo nutre. Unico problema: in presenza di oro, CupA non può più fare nulla in caso di invasione tossica.

Quando i composti di oro sono presenti, l’enzima è represso e i composti tossici dell’oro e del rame rimangono all’interno della cellula”, spiega in un forum il coautore dell’ultimo studio sul soggetto, Dietrich H. Nies, microbiologo dell’Università Martin-Luther di Halle-Wittemberg, in Germania.

Un secondo enzima alla riscossa

Per venirgli in aiuto, un altro enzima entra in gioco: CopA. La sostanza è capace di trasformare i composti dell’oro e del rame in forme difficili da assorbire, permettendo al Cupriavidus metallidurans di sbarazzarsene. “Ciò fa sì che meno composti di oro e rame penetrino all’interno della cellula. Il batterio è meno avvelenato e l’enzima che estrae il rame può liberarsi senza ostacolare il rame in eccesso”, spiega Dietrich H. Nies.

Oltre a questa prima fase di disintossicazione, il processo si produce con la trasformazione definitiva dei composti dell’oro difficili da assorbire in particelle inoffensive che si distribuiscono tutto intorno l’esterno della cellula. Con un diametro di solo pochi nanometri, formano una moltitudine di pepite d’oro microscopiche. Non ancora tali da costruirci dei gioielli ma magari un domani questo potrebbe essere un nuovo modo per estrarre i metalli preziosi.

Grazie alle loro ricerche, gli scienziati hanno scoperto una fase supplementare del ciclo che porta l’oro ad essere dissolto, trasportato e di concentrarsi in sedimenti terrestri: il ciclo bio-geochimico dell’oro. Un passo verso la comprensione completa, che potrebbe portare allo sviluppo di metodi che fanno appello al batterio per sfruttare giacimenti che non contengono oro se non in quantità minime. Anche se non si tratta della vera pietra filosofale, il Cupriavidus metallidurans potrebbe nonostante tutto contenere una parte del segreto dell’alchimia!

Scopri di più sulla scoperta nel video!

Di Giada Di Matteo
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